
(via daveth)
Camille
(ricetta da provare urgentemente)
Oggi mi sono trovato a dover passare per il quartiere universitario della Bicocca di Milano.
È un quartiere che conosco e che esteticamente trovo molto affascinante, pur riconoscendo l’aspetto estraniante che alcune soluzioni architettoniche hanno sui fruitori di quei nuovi spazi urbani.
Ho sempre pensato che l’estetica di quei palazzi rossi a finestre bianche, quadrate, fosse una forte citazione voluta da Gregotti ad Aldo Rossi, e a quella che qualcuno aveva citato come architettura cimiteriale. E lo ritengo ancora oggi: vedo i palazzi dell’Università e attraverso loro visito il Cimitero di Modena.
Gli studenti ironizzano sull’aspetto bunker dei cortili interni; da mezz’ora d’aria quasi fossero i detenuti di in un quadro di Van Gogh.
Ma mentre dai binari della vecchia stazione di Milano Greco Pirelli aspettavo il mio treno per il centro città, non ho potuto non notare i nuovi palazzi residenziali, in costruzione accanto al Teatro degli Arcimboldi. Sono molto belli, puliti e astratti, come un disegno di De Chirico. No, di più. Come lo sfondo di un videogioco. Inanimati in qualche modo. Alcuni sono ancora in costruzione, mancano i serramenti, non sono vivi. Ma anche i palazzi vicini, già abitati, nidi di appartamenti, totalmente residenziali, hanno lo stesso aspetto, diversamente declinati in gamme cromatiche e materiche molto affascinanti. Pur vivi ed abitati si mostrano però come inanimati, astratti, fotografici.
E allora i miei pensieri soffermano sui particolari. Quel balcone triangolare che punta proprio verso il Teatro, come posso dire che sia statico e inanimato? Sporge dalla facciata con movimento curioso e libero. Tutti assieme, per parecchi piani. Tutti uguali, ma tutti liberi. Poi però dalla Stazione noto che c’è una fila di balconi molto simili, triangolari, apparentemente con lo stesso angolo, sul lato opposto del palazzo, che per motivi topografici non è “simmetrico”: i balconi triangolari di qua non sono liberi, ma vengono generati in modo rigido da un angolo tra due porzioni del palazzo, un’aletta che sporge mancante nel prospetto piano verso il Teatro. Ma che genera i balconi triangolari, specchiati nel prospetto opposto, lineare. Almeno, così pare.
È tutto ciò è strano, bizzarro?
E il palazzo rosso lì vicino? Quello alto e residenziale. Con le sue finestre bianche, sempre quadrate, che occupano lo spazio di quattro pannelli quadrati del rivestimento metallico rosso. E le finestrelle in cima, anch’esse quadrate, perfettamente iscritte nella stessa maglia di quadrati del rivestimento. Non è magnifico come tutte le parti dell’insieme obbediscano a una logica così semplice? Una maglia di quadrati tutti uguali, ma alcuni opachi, altri trasparenti, altri sporgenti, rientranti, lucidi. mille variazioni dello stesso quadrato. Non è magnifico? In parte sì, sicuramente. Ogni disegnatore osserva il disegno di quel prospetto astratto con ammirazione per una simile grazia: nessun elemento spezza la pulizia di quella geometria. Niente viola la verginità di quella parete, del disegno perfetto.
Disegno. O architettura? Osservando questa parete (ma anche il balcone triangolare di prima) può un progettista, un architetto, un disegnatore, non sorgere il tasto del comando del software di disegno che ha generato il balcone? Non intravedere il simbolo sulla barra degli strumenti nel momento in cui viene premuto? Può riuscire a non immaginare l’operazione sullo schermo? La sequenza del disegno che si materializza in luce, pixel e layer davanti ai suoi occhi?
È questa la Architettura?
È questa la Progettazione Architettonica?
Una cura precisa del disegno in un sistema informatico?
La mia non è sicuramente una critica nuova all’architettura contemporanea, ma di solito chi la pone osserva gli edifici arditi, architetture “esasperate”, decostruite, non edifici semplici, apparentemente nella tradizione costruttiva ortogonale del movimento moderno.
E magari è una lettura semplicistica, magari quella presunta simmetria di balconi che mi è parso di leggere non esiste, è una coincidenza di triangoli che dalle angolature in cui io mi trovavo faceva sembrare più simili.
La mia vuole essere soprattutto un promemoria, per me medesimo, per evitare di usare con leggerezza gli strumenti messi a disposizione dai mezzi informatici per la progettazione architettonica, certamente utili per il disegno, e per lo sviluppo di mille e mille soluzione rapidamente, ma senza mai dimenticare che ogni idea, soluzione, approccio deve essere sempre slegato dal foglio di lavoro, esso sia di carta o di byte, ed essere proiettata nel mondo reale, fatto di cose concrete, mattoni, cemento, calce, vetro, metallo.
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