È stata una lunga giornata.
Ieri dopo la consueta collaborazione mattutina con l’amico e collega ing. (adotta un ing. anche tu!) mi sono ritrovato a dover andare a ritirare delle ricette dal medico di mam. Un brav’uomo che mi sgrida sempre se non scavalco la fila per questo genere di cose. Un tempo le ricette da consegnare venivano lasciate su una mensola nel disimpegno tra la sala d’attesa e lo studio vero e proprio, a volte chiuse in una busta col nome sopra, ora pare non sia più possibile per motivi di privacy. Così le persone che vanno solo a ritirare una ricetta già compilata devono comunque entrare nello studio del dottore. Fatto sta che sono arrivato dal dottore di mam oltre l’orario di ricevimento, ma c’erano ancora una anziana signora, un viril fusto, e due signore intente ad entrare dal dottore proprio in quel momento, e io non ho fatto in tempo a precederle per prendere il malloppo di ricette di mam. Così mi sono ritrovato ad aspettare in sala d’attesa che le due facessero la propria visita, con la netta intenzione di salutare il medico appena si fosse aperta la porta, per rubare le ricette e volare via. Invece la vecchina, con tanti problemi ha iniziato a decantare (senza alcun motivo) quanto ella abbia sempre sofferto molto, e quanto questo medico la faccia aspettare da tutta la vita (falso, dato che lei avrà si e no l’età della nonna di lui) e del fatto che lei sempre gentile ed educata ha sempre rispettato la fila d’attesa, e che solo una volta in vita sua avesse lasciato passare avanti una signora con un bimbo di dieci giorni in braccio. E ancora si cruccia per questo favore che le era stato estorto, all’incirca 20 anni fa, ricordava con dolore. Ecco, lì ho deciso che avrei fatto tardi, e non avrei saltato la fila, a costo di farmi sgridare dal dottore. Quindi sono uscito un attimo in giardino a prendere una boccata d’aria, dato che la vecchina ora si lamentava di essere lì da circa tre ore, come se fosse possibile avesse dovuto attendere tanto, e che prima del suo arrivo le 100mila persona nella sala d’attesa stavano con porta e finestre sigillate, e sapeste che odore, lei poi che oltre alla gobba, la gotta, le protesi a tutte le articolazioni, la supervista* e il superudito* è pure dotata di superolfatto* e di problemi respiratori. Gola e polmoni, quindi il puzzo di sudore potrebbe ucciderla in pochi secondi neanche fosse criptonite, per la quale per fortuna ha fatto il vaccino. [* sono aggiunte dell'autore, ma erano cose tanto evidenti da non necessitare la spiegazione della supervecchina.] Il mio imbarazzo a “superare” la povera supervecchina corrisponde all’identico imbarazzo del viril fusto, il quale interrogato con al tortura dalla vecchina, rivela di essere lì solo per una semplice impegnativa, senza particolari visite e discussioni, provocando un moto di sentimento della donna la quale si dice subito pronta ad altri vent’anni di notti insonni per far passare davanti lui. Il quale gentilmente declina l’offerta. E così io, per evitare il dottore mi veda prima della vecchina e mi consegni le ricette provocando l’apocalisse, quando sento troppo rumori dietro la porta dello studio, mi sposto un attimo in cortile per prendere una boccata d’aria e infatti subito sento aprirsi la porte e le voci delle signore salutare il dottore, toccherebbe quindi alla vecchina, la quale a velocità razzo abbandona l’edificio lasciando tutti stupefatti. Il viril fusto entra per la sua impegnativa e le signore uscendo mi chiedono “e la supervecchina? era qui da settimane e finalmente era il suo turno, che fine ha fatto?” “è appena andata via.” “ah.” Di lì a un attimo il viril fusto esce con la sua impegnativa terrorizzato di poter incontrare la vecchina e io entro dal medico, ritiro le ricette, mi prendo la ramanzina, e farfuglio qualche scusa che lui finge di ignorare. Mentre mi saluta esce per vedere se c’è ancora qualcuno e mi chiede “e la supervecchina che si lamentava dov’è?” “è corsa via” “meglio!” E chiude l’ambulatorio.
Al che io coraggioso mi dirigo a piedi alla nuova casa di A., la sorella che torna al paese natio, per dare da mangiare e da bere alle tartarughe d’acqua. Di quelle che compri piccolissime e piccole rimangono. Ecco no, quelle di A. sono cresciute oltre ogni limite: una misura quasi 20cm, l’altra più di 30. Ora non mangiano più il mangime impalpabile di microgamberetti secchi, ma una cosa molto simile, ma fatta con aragoste secche di dimensioni inquietanti.
Fatto tutto mi dirigo sotto il sole cocente a piedi fino a casa mia. E lì ripresomi da tutto questo pranzo. Per poi dirigermi al treno per andare nella grande metropoli per il lavoro pomeridiano. Dove rimango blindato al fresco fino alle 19.40
In serata con fare fiero e baldanzoso mi sono diretto al vicino parco per la festa di dottorato di un’amica, argomento della tesi sui malati di mente gravi e pericolosi, infatti io sono uno dei volontari di cui si narra nella sua tesi. Con chiara sostituzione dei nomi. E ogni collegamento a fatti realmente accaduti è puramente casuale.
Mentre arrivo alla festa, mi telefona un’amica comune, per ricordarmi dello sciopero dei treni, del quale come al solito io non sapevo nulla, e quindi del fatto che probabilmente non potrò tornare a casa se mi fermo alla festa. E infatti dopo birra, vino, angurie, meloni e profiterols e corsa in duomo-repubblica-centrale, non risultano viventi treni per la piccola cittadina di provincia. Sull’orlo della disperazione medito di correre in estrema periferia per prendere l’autobus notturno, uno dei mezzi meno raccomandati dai dentisti italiani, ma alla fine desisto, più per il povero Macco nella mia borsa, che non per la mia stessa incolumità fisica.
Ritorno quindi alla festa, spostata dal parco alla piazza, e da lì vado ospite a casa della amica festeggiata. Punto la sveglia per prendere un treno del mattino, tra quelli garantiti, scopro che non so e non ho modo di sapere quali siano i garantiti, scrivo a Lo’, svegliando di sicuro poveretto, che mi gira l’informazione. Anticipo quindi di un’ora la sveglia. Poi io e l’amica rimaniamo al buio a parlare del più e del meno fino a tarda ora.
Stamane alle sei mi sveglio, lascio il piccolo appartamento e mi dirigo alla monumentale stazione della grande metropoli. Lì tra treni soppressi, biglietterie blindate, messaggi di scuse in filodiffusione, faccio colazione al bar autogrill caffè e brioche al cioccolato. Poi prendo il mio treno. Durante il viaggio inizio la scrittura di questo post, che sto terminando adesso a casa mentre faccio colazione con caffè, pane e miele, poi farò la doccia e andrò a lavorare con l’amico ing.
In tutto questo ho tenuto aggiornati i twit, Lo’, mia sorella A., l’amico ing. e l’amica che mi ha comunicato lo sciopero e la festeggiata. In modo che se in una corsa tra una metro e l’altra, di notte da solo, fossi scomparso nel nulla come nei telefilm americani, i tabulati telefonici e i testi dei miei sms avrebbe messo la polizia sulla giusta pista.
A tra l’altro il treno tra la grande metropoli e la vecchia capitale che ho preso stamane per arrivare alla cittadina di provincia, è lo stesso che prendevo tutte le mattine ai tempi delle superiori per andare dalla cittadina di provincia alla grande città dello zucchero e degli atlanti. Le strane coincidenze.