“È un po’ che non sei arrabbiato con me.”
“Mmm, quarantotto ore?”
“Appunto!”
Tra poche ore si parte destinazione mare.
È stata una settimana frenetica e sconbussolante, ma si dovrebbero esser sistemati i lavori più importanti, e correndo a destra e sinistra si dovrebbe anche aver riordinato tutti i bagagli.
Si va in treno a Torre del Lago, si sta lì alcuni giorni, poi si va in Veneto per un meeting internazionale di grandi glorie.
Io ho già la schiena bruciata a seguito di una domenica a Finale Ligure (il mare era splendido) sotto l’ombrellone con protezione 45: oggi sotto la doccia ho fatto una muta integrale della pelle. C’è una perfetta riproduzione di me ancora lì in bagno. Almeno Mam si sentirà meno sola durante la mia assenza.
Piccoli appunti sparsi della settimana.
Gli sportelli “Milano Facile”, sono il caos sovrano, ma sorprendentemente ti risolvono veramente la vita. Se capiti con l’impiegata giusta, altrimenti manco ti fanno entrare.
Le prenotazioni dei treni online: i labirinti nei labirinti dell’informatica, della tariffazione, di prezzi e sconti. Restate a casa se potete.
La mega farmacia ferroviaria 24h: per Aspirina, condom, creme solari. Ho speso tanto soprattutto per i due solari. Ma la cassiera mi ha obbligato a prendere la terza crema solare gratuita e poi mi ha dato l’olio abbrozzante omaggio. Più due palloni e due borse da spiaggia. Quindi sono uscito con una borsa enorme, piena di regali. E una borsina piccola con gli acquisti.
Ed ora è meglio che mi metta a dormire, perché domani sarà una lunga giornata.
La scorsa notte ho fatto un sogno. Brutto.
Nella mia città c’erano dei gruppi armati, delle squadracce. Attaccavano alcune persone, ne andavano cercando altre.
Io ero da solo, a qualche chilometro da casa, e pur sentendo le urle di chi scappava, le grida d’eccitazione di chi cacciava, vicine. Andavo verso casa, cercando di evitare di farmi notare, passando lontano dai luoghi in cui le violenze stavano avvenendo. Avevo paura, e pensavo che l’unica cosa che potevo fare era tornare a casa e dal rifugio sicuro forse avrei potuto denunciare la cosa: non poteva essere così ovunque! E sarebbe intervenuto qualcuno a salvarci.
Non ce l’ho fatta ad arrivare a casa. A un certo punto una gruppo di una ventina di uomini mi è sbucato alle spalle, non ho capito come avessero fatto, ma ho capito che mi avevano visto ed io ero la prossima vittima.
Ho continuato a camminare, ma oramai erano a meno di un passo da me.
Mi sono deciso a passare un po’ di tempo a mettere i tag ai post ancora privi. E probabilmente non li finirò tutti oggi: ne mancano ancora 632.
Una cosa interessante però è che per le foto ora la doppia ricerca: dopo Tin eye, anche Google Image permette la ricerca partendo da un’immagine e così praticamente quasi nulla sfugge alle strette maglie della rete.
Quello di andare al bar, prima dopo durante, un’importante funzione religiosa è un brutto vizio.
E pare lo si abbia tutti in questa famiglia. Tutti gli uomini almeno.
Non che si sia una famiglia particolarmente devota, ma perfino alle poche importanti funzioni, noi salutiamo tutti sul sagrato, strette di mano, pacche sulle spalle, saluti, abbracci. Poi mentre tutti cominciano ad entrare in chiesa, noi, un piccolo gruppo, ci fermiamo lì. Uno fa “Andiamo al bar”, e tutti ci giriamo e senza dire nulla a nessuno andiamo al bar e torniamo con comodo. Un po’ alla volta, che magari si nota di meno.
E per almeno tre di noi, so da chi abbiamo preso, gli altri sono “arrivati” tra noi già grandi, ma qualcuno ha fatto in tempo a conoscerne l’esempio, ma tre di noi sono cresciuti con l’idea della messa di Natale, a mezzanotte. A giocare a palle di neve sul sagrato, o nel giardino dell’oratorio, oppure al bar sotto la chiesa a salutare il barista rimasto lì da solo. D’altra parte la complicità di noi tre bambini rumorosi era utile per riuscire a sgattaiolare fuori con la scusa “Lo porto fuori, almeno non disturba.”
È un’impronta che ci hai lasciato addosso, che vedo in me, in mio fratello, in mio cugino. È la tua impronta. E la vedo anche nei cognati, negli acquisiti, quelli che hanno fatto in tempo a conoscere da te certi trucchi, e in quelli che sono entrati nella brigata dopo una durissima selezione (le donne della nostra famiglia devono avere una certa vocazione).
Ma siamo stati morigerati oggi, al funerale di tua suocera: al bar abbiamo tutti preso acqua, caffe, coca cola. Tu non avresti mai osato: L’acqua rovina i ponti!
Tu saresti andato diretto al bianchino.

Happy Birthday!
via Google
Alle volte ho l’impressione di non avere controllo sulla mia stessa vita.
Incastrato come un vecchio treno a seguire un binario dritto e senza fermate. Come se le opzioni si stessero appiattendo privandomi di ogni reale possibilità di scelta. Fatico a trovare perfino il tempo, a gestirlo, come se si consumasse intorno a me invece di scorrere in modo lineare.
In balia di un oceano di eventi tumultuosi e irriverenti, sopravvivo cercando di catturare boccate d’aria tra le onde. E vedo intorno a me tanti in simili condizioni, con i quali ci si aiuta laddove è possibile, ma un esercito di naufraghi quanto può andare lontano?
Quante onde possiamo sopportare?
Cosa possiamo costruire?


