“Ho 39 anni e vengo dal mondo delle aziende.
Dopo una laurea in economia aziendale ed un paio di stage, comincio la mia avventura prima in una multinazionale americana e poi, a 28 anni, in Red Bull, l’azienda produttrice dell’omonimo energy drink.
E’ il 1999 e la filiale italiana è appena stata costituita. Siamo 12 persone e tutto da creare. Mi butto in quest’avventura con passione ed entusiasmo, passo 10 anni molto belli ed intensi. L’azienda cresce, le cose vanno bene. Credo che molto sia anche merito mio.
Dopo aver accantonato l’idea per un po’, perché non era mai il momento giusto, a 37 anni io e mio marito decidiamo di provare ad avere un bambino.
Resto incinta a marzo 2008 e continuo a lavorare fino all’ottavo mese senza sosta. Sono fatta così, il lavoro mi piace e la gravidanza mi dà un’energia senza eguali.
Anzi, a dirla tutta dovrei entrare in maternità il 24 novembre, ma poi nei giorni successivi partecipo ad una riunione aziendale, nell’ultimo mese (il nono) lavoro da casa e il 18 dicembre presenzio ad un altro meeting (avendo il termine il 25 dicembre).
Lo faccio senza problemi; è il mio lavoro, mi piace.
E poi non riesco a restare con le mani in mano.
Mia figlia nasce il4 gennaio 2009.
Anche dopo la sua nascita resto in contatto con i miei collaboratori e con la direzione di Red Bull; ricevo report periodici, partecipo alle riunioni. In agosto interrompo la maternità per lavorare, su esplicita richiesta del mio capo.
Rientro a tutti gli effetti il 30 settembre.
Dopo neanche un’ora vengo convocata dal direttore generale, il quale mi dice che per motivi di budget la mia posizione non è più prevista.
Peccato si fossero dimenticati di dirmelo prima, quando pur pagata dall’INPS lavoravo per loro…
Non sono licenziabile: mia figlia non ha neanche 9 mesi ed io sono un impiegato quadro.
Quindi mi fanno un’offerta economica per convincermi ad andarmene.
Io rifiuto. Per orgoglio.
Sono sempre stata un po’ naif sotto alcuni punti di vista.
Ingenuamente ho sempre pensato che essere una persona onesta ed una gran lavoratrice mi avrebbe messo al riparo dalle intemperie. Non avendo fatto niente di male, voglio tornare a svolgere il mio lavoro. Peccato non sia possibile.
Mi trasferiscono in un locale al pianterreno, a cinque piani di distanza dal resto dell’azienda, riadattato per l’occasione ad ufficio.
Mi affidano un progetto inesistente, già realizzato in precedenza da un’agenzia esterna.
Resisto poche settimane: 5 kg in meno, un attacco di panico con conseguente “gita” al pronto soccorso e relativo colloquio con lo psichiatra mi convinco a dare le dimissioni e scambiare la mia libertà con una buonuscita.
Ad un certo punto ho scelto di raccontare la mia storia, perché in questi mesi ho conosciuto molte donne che, una volta rientrate al lavoro, sono state gentilmente (e spesso non gentilmente) accompagnate alla porta.
Oppure hanno visto il loro ruolo ridimensionato, le loro scrivanie spostate, vivendo un disagio quotidiano proprio a causa della maternità. Credevo che le discriminazioni fossero episodi sporadici, più unici che rari.
E invece ho scoperto che in Italia è un vero e proprio problema sociale.”

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Donne e lavoro: il sottile confine che separa dalla discriminazione

(giusto per ricordare che il problema in Italia non è solo Berlusconi, all’Estero fanno gli asili nelle aziende, qui da noi funziona così). (via blondeinside)

Come mi ha detto una persona domenica “Sì, vogliono mettere a parimerito l’età pensionabile, ma prima dovrebbero garantire le stesse possibilità”

(via prezzemolo)

(via 3n0m15)

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